Ogni anno, il 21 Marzo, primo giorno di primavera, il paese celebra la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
L’idea della giornata nasce intorno alla metà degli anni ’90, quando, durante il primo anniversario della strage di Capaci, la madre di Antonino Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, condivide il proprio dolore per la mancata enunciazione del nome del figlio con don Luigi Ciotti. Sarà proprio grazie all’impegno del sacerdote che la Giornata comincerà ad essere commemorata, per poi venire in seguito formalmente istituita dalla legge dell’8 marzo 2017, n.20, la quale sancisce il riconoscimento istituzionale di un impegno civile già solennemente radicato nella società. L’iniziativa, oggi giunta alla sua XXXI ricorrenza, incarna e rinnova il desiderio di trasformare il dolore in un gesto di onore collettivo che rivendichi le identità negate dallo stragismo mafioso; è questa la missione connotata anche dalla data della celebrazione, scelta in quanto simbolo di rinascita della verità e della giustizia sociale, nonché del rinnovo di un percorso di speranza.
In occasione di questa giornata è fondamentale richiamare il ruolo dell’ordinamento giuridico italiano nel contrasto ai fenomeni mafiosi e nella tutela della legalità. Un particolare punto di svolta è rappresentato dall’introduzione dell’articolo 416-bis del Codice penale mediante la legge 646/1982, anche denominata legge Rognoni-La Torre, attraverso la quale è stato tipizzato il reato di associazione di tipo mafioso come fattispecie autonoma di reato, distinguendosi dalle comuni associazioni per delinquere. Tale norma nasce mediante un procedimento legislativo ordinario, finalizzato a colmare un vuoto normativo emerso nella lotta contro la criminalità organizzata che fino ad allora non era adeguatamente disciplinata.
La norma individua le caratteristiche tipiche del metodo mafioso: intimidazione, assoggettamento e omertà. L’intimidazione deriva dalla forza intimidatrice del vincolo associativo, che si manifesta con minacce esplicite e/o implicite, capaci di generare un clima diffuso di paura. Questo comporta un assoggettamento delle vittime, che si trovano costrette a subire il potere dell’organizzazione mafiosa, rinunciando alla propria libertà economica e personale. Ancora più profondo è il tema dell’omertà, che rappresenta uno degli strumenti più potenti della mafia: non si riduce solamente al silenzio, ma si tratta di una vera e propria condizione sociale di non collaborazione con le istituzioni: l’omertà nasce dalla paura delle ritorsioni ma anche da una sfiducia nel proprio Stato, contribuendo a rendere difficile l’emersione dei reati e dei suoi responsabili.
Nel nostro ordinamento la magistratura antimafia svolge un ruolo centrale. In particolare, le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA), istituite presso le procure dei capoluoghi di distretto, che svolgono funzioni specializzate alla coordinazione delle indagini sui reati di criminalità organizzata. A livello nazionale operano anche le direzioni nazionali antimafia e antiterrorismo (DNA), con funzione di coordinamento tra le varie procure per garantire un’azione investigativa efficacia sul territorio nazionale. L’azione investigativa, inoltre, si fonda su strumenti avanzati e incisivi, come intercettazioni telefoniche, analisi patrimoniali, misure di prevenzione e collaboratori di giustizia, ossia soggetti pentiti che concorrono per colpire non solo i singoli reati ma a disarticolare l’intera struttura delle organizzazioni mafiose.